giovedì 31 agosto 2017

Gita in Friuli - Trieste e Castello di Miramare

3 giugno: Trieste e Castello di Miramare.

Trieste, fulcro della regione storico-geografica della Venezia Giulia, fa da ponte tra Europa occidentale e centro-meridionale. Il suo porto, oggi il più grande e importante d'Italia ed uno degli snodi marittimi più importanti d'Europa, fu il principale sbocco marittimo dell'Impero Asburgico, che nel 1719 gli riconobbe lo status di porto franco. Tutt'oggi il porto rimane di fondamentale importanza per il transito di merci internazionali.

Il porto franco venne mantenuto, con il nome di Porto Libero di Trieste, anche nel trattato di pace fra l'Italia e le potenze alleate del 1947 con il quale veniva istituito il Territorio Libero di Trieste, e più oltre anche nel 1954, quando il Governo Militare Alleato cedette l'amministrazione civile all'Italia in virtù del Memorandum di Londra. Oggi è uno snodo internazionale per i flussi di scambio terra-mare tra i mercati dell'Europa centro-orientale e l'Asia. Ininterrottamente dal 2013 Trieste è il primo porto in Italia in termini di volume complessivo di merci in transito, con più di 56 milioni di tonnellate.

Tralascio la lunga e travagliata storia della città per ricordare solo che con legge costituzionale del 31 gennaio 1963, entrata in vigore il 16 febbraio 1963, viene formata la regione Friuli Venezia Giulia di cui Trieste diviene capoluogo.


La nostra visita inizia con un giro in pullman, passando per il Porto vecchio, nel cuore della città, ora in pesante degrado in attesa di finanziamenti per riqualificarlo. Il legame tra città e porto, legati in un unico processo di sviluppo urbano e storico, diventano evidenti nella zona del Porto Vecchio, con un patrimonio architettonico di grande valore storico e artistico. 

Un macchinario possente, per decenni senza eguali nel Mediterraneo: costruito nel 1913 nello Stabilimento Tecnico Triestino al Cantiere San Marco, il pontone galleggiante Ursus è dotato di un braccio di sollevamento fino a 350 tonnellate per un'altezza di 70 metri. Oggi si discute della possibilità che diventi un sito di interesse turistico.

Il Colle di San Giusto – il nome del Santo patrono di Trieste – è senza dubbio il simbolo per antonomasia della comunità e della storia cittadina: sulle sue pendici era cresciuta la città romana – vi sorgevano la basilica e il foro – e intorno ad esso si abbarbicava la città medievale. Qui i triestini eressero la propria cattedrale e qui venne costruito il solido quattrocentesco castello, simbolo del potere asburgico. Assurto a simbolo della città «irredenta» nella propaganda interventista e poi bellica, dalla torre campanaria della cattedrale di San Giusto il 30 ottobre 1918 sventolò un tricolore che, al suono delle campane risparmiate dalle requisizioni, celebrava la fine della lunga e gloriosa storia del governo asburgico della città. 

La Cattedrale di San Giusto è il principale edificio religioso cattolico della città. Come riporta la maggior parte degli storici triestini, l'aspetto attuale della cattedrale deriva dall'unificazione delle due preesistenti chiese di Santa Maria e di quella dedicata al martire san Giusto, che vennero inglobate sotto uno stesso tetto dal vescovo Roberto Pedrazzani da Robecco tra gli anni 1302 e 1320, per provvedere la città di una cattedrale imponente.
L'austera facciata della chiesa è arricchita da un enorme rosone di pietra carsica, elaborato sul posto da maestri scalpellini ingaggiati a Soncino. Alla chiesa è addossato il basso campanile, sulla cui parete si trova la statua di San Giusto.


Sia il campanile che la facciata della chiesa sono generosamente coperti con reperti del periodo romano, con i quali si intendeva ingentilire la pesantezza della costruzione. Il portale d'entrata fu per esempio ricavato da un antico monumento funebre








Sopra l’ingresso della torre campanaria, in un’edicola gotica ad arco, è posta la statua del patrono San Giusto che guarda la facciata della cattedrale e regge nella mano destra la palma del martirio, mentre nell'altra il modello della città. Si suppone che l'opera sia datata tra il X e l'XI secolo e attribuita a una bottega di Venzone però sembra che la testa del santo patrono sia più un'opera di periodo romanico e aggiunta forse posteriormente in sostituzione della testa originale danneggiata dal tempo.

Un po' di storia...

Giusto visse ai tempi degli imperatori Diocleziano e Massimiano e fu martirizzato nel 303. Quando giunse l’ordine di convincere i cristiani ad abiurare la loro fede, Giusto si rifiutò e fu tra i primi a essere imprigionato. Il prefetto Manazio lo sottopose ad atroci tormenti, senza riuscire a piegarne la volontà. Decise allora di ucciderlo per annegamento, in modo che il corpo non potesse essere recuperato e venerato come martire. Giusto  fu gettato in mare, legato a pesi che lo trascinarono subito in fondo. La tradizione triestina conservò memoria del luogo del martirio: le acque del golfo di Trieste al largo dell'odierno promontorio di Sant'Andrea.

Il corpo di Giusto, inspiegabilmente sciolto dalle corde e dai pesi di cui era stato gravato, fu portato dalle onde sull'odierna Riva Grumula. Premonito da un sogno, il sacerdote (presbitero) Sebastiano avvertì altri fedeli e insieme essi cercarono il cadavere. Trovatolo sulla spiaggia, lo seppellirono in luogo nascosto poco distante dal mare. Nel quinto secolo, su un’altura si costruisce una basilica cristiana, dove c’era stato un tempio dedicato alle antiche divinità. E lì viene poi trasferito il corpo del martire, che darà il suo nome all’altura: Colle di San Giusto.

Torniamo al campanile, che ospita un complesso di cinque grosse campane. Alla più grossa di queste campane è dedicato La campana di San Giusto, brano musicale patriottico scritto da Giovanni Drovetti e musicato da Colombino Arona nel 1915 e cantato molti decenni dopo dal celebre tenore Luciano Pavarotti.

Le campane di San Giusto furono più volte lesionate dai fulmini e rifuse, fino al 1953 quando furono inaugurate tre nuove campane di rame e stagno e decorate da Carlo Sbisà, famoso artista triestino. Si racconta che nel 1508 i veneziani durante la conquista di Trieste rubarono la campana più grande chiamata “el Campanon” e quando la campana fu caricata su un bastimento nei pressi del Faro della Lanterna, scivolò in mare e i marinai che passavano di là durante i temporali udivano il dolce suono della campana sommersa.....


L'interno della cattedrale è a cinque navate: le due di sinistra appartenevano alla basilica romanica dell'Assunta, quelle di destra al tempietto medievale di S.Giusto. Non ci sono molti dati sulla decorazione interna della chiesa. I mosaici bizantini rivestono l'abside sinistra e risalgono agli inizi del 1100: la Madre di Dio tra gli arcangeli Gabriele e Michele e gli Apostoli nel giardino mistico. 

Nell'abside destra invece spicca il Pantocrator (rappresentazione di Gesù tipica dell'arte bizantina) benedicente, affiancato dai santi Giusto e Servolo. Le fattezze del Cristo, slanciato, severo e nobile, collocano la stesura di questo mosaico al XIII secolo, ad opera di mosaicisti bizantini. Sotto i mosaici, entro piccole arcate, intorno al 1230 furono eseguiti gli affreschi con la passione di S.Giusto.
Nell'interno di una cappella laterale sono contenuti molti manufatti sacri, fra cui il Tesoro, celato dietro un'enorme grata di fattura barocca, che contiene tuttora molti oggetti di inestimabile valore, sebbene nel 1984 sia stato saccheggiato. Esistono pareri controversi su molti di questi oggetti, essendo difficile la loro collocazione storica. Addirittura per il simbolo della città, cioè l'alabarda di san Sergio, patrono secondario, non è possibile definire un'origine certa né l'esatta epoca di forgiatura. 

Accanto alla cattedrale c'è una colonna veneziana del 1560 alla cui sommità nel 1844 furono messi il melone con i 13 spicchi, uno per ogni Casada della nobiltà medievale triestina e l'alabarda che secondo un'antica tradizione, cadde dal cielo su Trieste il giorno del martirio di S. Sergio, patrono assieme a San Giusto di Trieste.
 

Tra gli interventi urbanistici del Ventennio spicca certamente la sistemazione del Parco della Rimembranza sul colle di San Giusto. Venne iniziata con la creazione della larga Via Capitolina, una strada panoramica che sale dolcemente attorno al colle fino a raggiungere la cattedrale.

Tutto il versante del colle tra questa strada e il castello venne consacrato alla memoria dei "caduti in tutte le guerre" e disseminato da grezzi cippi di pietra carsica con i nomi di combattenti noti e ignoti.


Poco prima del piazzale in cima al Colle di San Giusto, si trova anche la grande statua in onore dei caduti nella Prima Guerra Mondiale. Inaugurata nel 1935 alla presenza dello stesso Re Vittorio Emanuele III e di diversi gerarchi fascisti, il monumento fu progettato dallo scultore triestino Attilio Selva mentre Enrico del Nebbio, architetto già del celebre Foro Italico e del Palazzo della Farnesina, realizzò la base marmorea. 

Il monumento raffigura con stile classico cinque uomini in una drammatica scena di guerra. Tre di loro sorreggono un loro compagno ferito mentre la quinta figura copre loro le spalle con lo scudo. Nel complesso, l'opera è alta più di cinque metri, le statue sono in ghisa mentre la base è in pietra bianca d'Istria.

Il Santuario a Maria Madre e Regina è una chiesa cattolica a 330 metri sul monte Grisa. La struttura triangolare evoca la lettera M come simbolo della Vergine Maria; la costruzione avvenne tra il 1963 e il 1965, l’inaugurazione il 22 maggio 1966. Il santuario è caratterizzato da un’imponente struttura in cemento armato, con la presenza di due chiese sovrapposte. 

La costruzione, particolarissima, è realizzata tramite l'utilizzo di forme triangolari (motivo per il quale la chiesa è nota, tra i triestini, anche con il nome, forse poco rispettoso, di "formaggino"). Per la particolare ubicazione, la chiesa è visibilissima da buona parte della città e la sera, unico fabbricato illuminato sulla collina, non può decisamente passare inosservata.

Scendiamo dal colle e vediamo i resti del teatro romano, al limitare della città vecchia. La costruzione del I secolo a.C. fu in seguito ampliata. A quell'epoca il teatro si trovava fuori dalle mura cittadine e in riva al mare. Sulle gradinate, costruite anche sfruttando la pendenza del colle, venivano ospitati dai 3.500 ai 6.000 spettatori. 

Arriviamo al porto nuovo. La storia del porto di Trieste ha inizio nel XVIII secolo a seguito dell'emanazione della patente di porto franco da parte dell'imperatore asburgico Carlo VI, uno status che si è conservato fino ad oggi. Vediamo l'imponente stazione marittima.

Il porto di Trieste possiede un moderno terminal passeggeri che ha più che raddoppiato il suo traffico fra il 2010 e il 2013 e che nell'ambito della diminuzione del passaggio delle grandi navi a Venezia si propone alle compagnie crocieristiche come porto passeggeri di riferimento per l'Alto Adriatico con collegamenti sia via terra che via mare con la città lagunare. 



Passeggiando con la guida riceviamo alcune informazioni.

La Barcolana è una storica regata velica internazionale che si tiene ogni anno nel Golfo di Trieste nella seconda domenica di ottobre. È nota per essere una delle regate più affollate del mondo, con il record ottenuto nell'edizione 2001 quanto risultarono iscritte 1968 imbarcazioni. La particolare formula che la contraddistingue la rende un evento unico nel panorama velico internazionale: su una singola linea di partenza infatti si ritrovano a gareggiare fianco a fianco velisti professionisti e semplici appassionati, su imbarcazioni di varie dimensioni che vengono suddivise in categorie a seconda della lunghezza fuori tutto.

L’imponente edificio di mattoni rossi che fa mostra di sé sulle Rive ha scritto sulla facciata “Salone degli Incanti” ed è un centro espositivo di arte moderna e contemporanea, ma per i triestini è, e sarà sempre, la Pescheria Grande. Fu eretta nel 1913 dall’architetto Giorgio Polli, al posto del vecchio mercato del pesce, in stile liberty però la torre campanaria e la sua forma le valsero il nome di “Basilica de Santa Maria del Guato” (guato = chiozzo, pesce comune) da parte dei triestini. Divenne presto un enorme mercato, molto frequentato e caotico con i suoi caratteristici banconi di marmo bianco. 

Alcune fra le maggiori compagnie di assicurazione vennero fondate a Trieste a partire dal periodo Asburgico: Assicurazioni Generali (1831), SASA Assicurazioni (1923 - in seguito incorporata nel gruppo UnipolSai), Lloyd Adriatico (1936) e Riunione Adriatica di Sicurtà (RAS) (1838). Le ultime due oggi sono incorporate nel gruppo tedesco Allianz. Tuttora la direzione generale di Assicurazioni Generali e quella della compagnia assicuratrice telefonica online Genertel hanno sede a Trieste, così come Allianz S.p.A., che nella città conta la sede legale e operativa.


Il nuovo punto vendita di Eataly è stato ricavato dall’Antico Magazzino Vini, edificio storico con suggestivo affaccio sul Porto, costruito nel 1902 per lo stoccaggio delle botti in arrivo dall’Istria e dalla Dalmazia.

La illycaffè S.p.A. è un'azienda specializzata nella produzione di caffè, con sede e stabilimento di produzione a Trieste. È stata fondata a Trieste nel 1933 da Francesco Illy che avvia un'attività imprenditoriale nel settore del cacao e del caffè per poi decidere di dedicarsi esclusivamente al "nero", come viene chiamato a Trieste il caffè espresso al bar. 
E ovviamente non poteva mancare: la bora è un vento di provenienza nord/nord-orientale, che soffia con particolare intensità specialmente verso l'Alto e Medio Adriatico. A causa delle grandi differenze di temperature che si instaurano tra l'altopiano del Carso, molto più freddo, e il litorale, sensibilmente più caldo, si rinforza notevolmente, divenendo furioso e turbolento, con raffiche che possono superare la soglia dei 150–160 km/h. La sua caratteristica è di essere un vento "discontinuo", ovvero di manifestarsi con raffiche più forti, intervallate dalle raffiche meno intense. Soffia specialmente in inverno, ed è denominata "bora scura" con cielo coperto o con pioggia o neve. Il termine deriva da Borea, personificazione del vento del nord nella mitologia greca.

Un antico detto dei vecchi della Venezia Giulia, soprattutto fiumani e triestini, recita: "la Bora nasce a Segna, si sposa a Fiume e muore a Trieste". Un altro detto tipicamente triestino dice: "la Bora nassi in Dalmazia, la se scadena a Trieste e la mori a Venezia" (la bora nasce in Dalmazia, si scatena a Trieste e muore a Venezia).


Arriviamo a Piazza Unità d'Italia (durante il periodo austriaco era chiamata Piazza Grande, in seguito fu nota anche come piazza Francesco Giuseppe) che è la piazza principale di Trieste. Si trova ai piedi del colle di San Giusto. Di pianta rettangolare, la piazza si apre da un lato sul Golfo di Trieste ed è circondata da numerosi palazzi ed edifici pubblici. 

La piazza è stata rimodellata più volte nel corso dei secoli. L'aspetto attuale deriva dalla ristrutturazione completa degli anni 2001-2005, quando tutti i palazzi sono stati restaurati; la pavimentazione in asfalto è stata sostituita con blocchi in pietra arenaria.

La piazza è uno spazio completamente aperto sul mare, attorniato da edifici e con il municipio posto come base frontale, con il conseguente abbattimento delle mura e degli edifici che allora chiudevano la piazza dal lato mare. Sul posto designato per far sorgere il palazzo Comunale sorgevano diverse casette, una loggia ed alcuni edifici.

Il palazzo del municipio è sovrastato dalla torre campanaria sulla quale sono installati due mori, chiamati dai triestini Micheze e Jacheze, che dal 1876 scandiscono il trascorrere del tempo ogni quarto d'ora, nonché la campana civica con l'alabarda cittadina. Le due figure che oggi rintoccano sul municipio non sono le statue originali, esposte attualmente al castello di San Giusto dopo il restauro cui sono state sottoposte nel 2006 a causa dell'intenso logoramento, ma fedeli copie identiche alle precedenti.



Dal balcone centrale del municipio il 18 settembre 1938 Benito Mussolini, parlando alla gente in piazza Unità, annunciò la promulgazione delle leggi razziali fasciste in Italia, rivolte prevalentemente, ma non solo, contro le persone di religione ebraica. Furono abrogate nel gennaio 1944. Targa nella piazza.

Tra il 1751 e il 1754 nell'allora piazza Grande si decise la costruzione di una fontana che doveva rappresentare Trieste come la città favorita dalla fortuna grazie all'istituzione del porto franco da parte di Carlo VI e delle politiche di sviluppo di Maria Teresa d'Austria. Il mondo è rappresentato da quattro statue allegoriche che richiamano i tratti delle persone che vivevano nei continenti allora conosciuti (Europa, Asia, Africa e America). L'acqua sgorgava da quattro figure allegoriche di fiumi, sempre ad indicare i continenti. La rappresentazione del Nilo ha il volto velato, le sorgenti infatti allora erano sconosciute. Sulla sommità della fontana sovrasta una figura femminile alata e a braccia aperte che rappresenta Trieste. Adagiata sulle rocce del Carso la statua è circondata da pacchi, balle di cotone e cordame, come immagine simbolica di una città che accoglieva i commercianti provenienti da tutto il mondo e, in maggior misura, dall'area orientale.


A pochi metri a destra della fontana dei Quattro Continenti una colonna in pietra bianca sorregge la statua di Carlo VI d'Asburgo. Tra tutte le modifiche a cui la piazza ha assistito nel corso dei secoli, questo elemento è presente e costante fin dal 1728, anno in cui fu deciso di erigere la statua in occasione della visita dell'imperatore a Trieste. La statua raffigura l'Imperatore in piedi che osserva il vecchio nucleo cittadino (verso piazza della Borsa) e indica il mare, con il porto franco da lui istituito. Data la fretta dovuta all'imminenza della visita, la statua fu provvisoriamente realizzata in legno e dorata, e sostituita quindi nel 1756 dall'attuale in pietra.


Nel 1740 affondò nel porto di Trieste, vicino alla riva, la nave San Carlo. Invece di rimuovere il relitto, si decise di utilizzarlo come base per un nuovo molo, che venne costruito tra il 1743 ed il 1751 e fu intitolato appunto a San Carlo. Allora il molo misurava solamente 95 metri ed era unito a terra tramite un piccolo ponte di legno. Nel 1778 venne allungato di 19 metri e nel 1860-1861 di altri 132 metri, raggiungendo così l'attuale lunghezza di 246 metri. Anche il ponte venne eliminato, congiungendo il molo direttamente alla terraferma.


Il 3 novembre del 1918, alla fine della prima guerra mondiale, la prima nave della Marina Italiana ad entrare nel porto di Trieste e ad attraccare al molo San Carlo fu il cacciatorpediniere Audace. In ricordo di ciò nel marzo del 1922 venne cambiato nome al molo, chiamandolo molo Audace. All'estremità del molo nel 1925 venne eretta una rosa dei venti in bronzo, con al centro un'epigrafe che ricorda l'approdo e sul fianco la dicitura "Fusa nel bronzo nemico III novembre MCMXXV". La rosa, sorretta da una colonna in pietra bianca, sostituì una precedente rosa dei venti tutta in pietra.



Proseguiamo la visita e vediamo la Berlitz School, di via San Nicolò, la scuola in cui James Joyce insegnò inglese. Importantissima è la sua affinità-amicizia con Ettore Schmitz alias Italo Svevo, “scrittore negletto” secondo le stesse parole di Joyce,

che lo conosce nel 1907 quando Svevo deve imparare l’inglese per gestire la fabbrica di Londra della ditta di vernici Veneziani. Svevo è considerato uno dei modelli di Leopold Bloom, soprattutto negli aspetti più propriamente ebraici.

Umberto Saba nacque a Trieste, all'epoca parte dell'Impero austro-ungarico, il 9 marzo del 1883, figlio di Ugo Edoardo Poli, un agente di commercio appartenente ad una nobile famiglia veneziana, e di Felicita Rachele Cohen, un'ebrea triestina. Sarà in onore delle radici ebraiche materne, che il poeta sceglierà lo pseudonimo di Saba (in ebraico la parola significa "nonno").

« Per me al mondo non v'ha un più caro e fido
luogo di questo. Dove mai più solo
mi sento e in buona compagnia che al molo
San Carlo, e più mi piace l'onda e il lido? »
(Umberto Saba, Il molo, vv.1-4)

Dopo la fine della prima guerra mondiale rilevò la libreria antiquaria Mayländer, in società con Giorgio Fano; ne rimase ben presto unico proprietario, dal momento che Fano gli cedette la sua quota, e la ribattezzò Libreria antica e moderna.

Il tempio serbo-ortodosso della Santissima Trinità e di San Spiridione è la chiesa della comunità serbo-ortodossa di Trieste. Il complesso architettonico riflette un gusto bizantino e si caratterizza per un cupola più alta dei quattro campanili, per le calotte emisferiche azzurre e per le ampie decorazioni a mosaico che abbelliscono le pareti esterne.

La chiesa di Sant'Antonio Taumaturgo (chiamata comunemente chiesa di Sant'Antonio Nuovo), è il principale edificio religioso del Borgo Teresiano e del centro di Trieste.  La facciata dell'edificio è caratterizzata da sei colonne ioniche. La chiesa è situata nell'omonima piazza, a ridosso del Canale Grande.

 
Il Canal Grande di Trieste è un canale navigabile che si trova nel cuore del Borgo Teresiano, in pieno centro della città, a metà strada circa tra la stazione ferroviaria e piazza Unità d'Italia, con imboccatura dal bacino di San Giorgio del Porto Vecchio. Fu realizzato nel 1754-1756 dal veneziano Matteo Pirona, scavando ulteriormente il collettore principale delle saline, quando queste vennero interrate per permettere lo sviluppo urbanistico della città all'esterno delle mura. È stato costruito affinché le imbarcazioni potessero giungere direttamente sino al centro della città per scaricare e caricare le loro merci.


Il Ponte Rosso, a metà canale, fu costruito in legno nel 1756, appena ultimata la costruzione del canale. Era allora l'unico ponte esistente, in quanto gli altri ponti vennero costruiti in epoca successiva. Fu rifatto ampliandolo una decina d'anni dopo e rifatto ancora, questa volta in ferro, nel 1832. Sul Ponte Rosso si trova la statua dello scrittore irlandese James Joyce.

Pausa pranzo e poi, sfidando un sole audace come il molo, nel primo pomeriggio del 3 giugno, ho accettato l'invito della guida e ho percorso il molo, fotografando l'unico altro turista che ha affrontato con me il caldo africano.
Nel pomeriggio, visita al Castello di Miramare. Qui un blog completo.




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 Prima di proseguire è doveroso un piccolo inciso storico. 

Il 3 settembre del 1943 l’Italia aveva firmato un armistizio, cioè un documento “preliminare” di resa, annunciato pubblicamente l’8 settembre. Per considerare del tutto conclusa la guerra era necessario firmare un trattato di pace complessivo che riguardasse tutti i paesi coinvolti. I ministri degli Esteri e i capi di governo dei vari stati si incontrarono in una serie di conferenze tra il 1945 e il 1946. I ministri degli Esteri (o più spesso, i funzionari dei loro ministeri) delle potenze vincitrici principali – Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione Sovietica – preparavano dei documenti su ogni questione aperta. Le varie parti peroravano la propria causa, si raggiungeva un accordo e solo a quel punto la questione veniva chiusa. Quella italo-jugoslava era uno dei temi più complessi. Non c’era soltanto il problema delle complicate divisioni etniche e linguistiche da rispettare, ma anche il fatto che Italia e Jugoslavia erano ai due lati della divisione tra mondo occidentale e blocco comunista. 


Il trattato di Parigi firmato il 10 febbraio 1947 tra lo Stato italiano e le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, mise formalmente fine alle ostilità: rese Trieste città-stato indipendente sotto la protezione delle Nazioni Unite con il nome di "Territorio libero di Trieste" (TLT), che era diviso in due zone. 

la Zona A di 222,5 km² e circa 310 000 abitanti (di cui, secondo stime alleate, 63 000 sloveni) partiva da San Giovanni di Duino, comprendeva la città di Trieste e terminava presso Muggia ed era amministrata dal governo militare alleato;

la Zona B (capoluogo Capodistria) comprendente la parte nord-occidentale dell'Istria, di 515,5 km² e circa 68 000 abitanti (51 000 italiani, 8 000 sloveni e 9 000 croati secondo le stime della Commissione Quadripartita delle Nazioni Unite), amministrata dall'esercito jugoslavo; la Zona B era, a propria volta, divisa in due parti: i distretti di Capodistria e di Buie, separati dal torrente Dragogna, che segnava il confine tra le repubbliche jugoslave di Croazia e Slovenia.
 
Il ritorno di Trieste all'Italia (o riunificazione di Trieste all'Italia) avvenne in seguito agli accordi sottoscritti il 5 ottobre 1954 fra i governi d'Italia, del Regno Unito, degli Stati Uniti d'America e della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia con il Memorandum di Londra e concernente lo status del Territorio Libero di Trieste; in particolare si stabiliva il passaggio di sovranità della Zona A dall'amministrazione militare alleata all'amministrazione civile italiana (con alcune correzioni territoriali a favore della Jugoslavia con l'operazione Giardinaggio) e quindi passavano all'Italia i seguenti comuni della zona A: Duino, Aurisina, Sgonico, Monrupino, Trieste, Muggia, San Dorligo della Valle.

Il 26 ottobre 1954 Trieste ritornò italiana.

Il Maestro Carlo Concina e il poeta Bixio Cherubini composero Vola Colomba, un brano musicale vincitore del Festival di Sanremo del 1952 nell'interpretazione di Nilla Pizzi. La canzone, che ebbe un enorme successo, venne composta quando Trieste era ancora sotto occupazione alleata, minacciata dalle mire espansionistiche di Tito e trattava proprio del ritorno di Trieste all'Italia. Bene evidenti nel testo sono riferimenti al capoluogo della Venezia Giulia: "... inginocchiato a San Giusto" (la basilica cattedrale di San Giusto, principale edificio religioso cattolico della città di Trieste, sulla sommità dell'omonimo colle che domina la città); "noi lasciavamo il cantiere" (Trieste era sede di cantieri navali); "il mio vecio" (il padre nel dialetto veneto).

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Il castello di Miramare (in tedesco Schloss Miramar) fu una residenza della corte Asburgica: il complesso venne costruito nell'omonima frazione di Trieste per volere di Massimiliano d'Asburgo-Lorena, arciduca d'Austria e imperatore del Messico, per farne la propria dimora da condividere con la moglie Carlotta del Belgio. I lavori cominciarono il 1º marzo 1856. Miramare è la forma italianizzata dell'originale Miramar, derivante dallo spagnolo "mirar el mar", in quanto Massimiliano d'Asburgo nel visitare il promontorio che lo ospita, fu ispirato dal ricordo di castelli spagnoli affacciati sulle coste dell'oceano Atlantico.

Il castello è circondato da un parco di circa 22 ettari caratterizzato da una grande varietà di piante, molte delle quali scelte dallo stesso arciduca durante i suoi viaggi attorno al mondo, che compì come ammiraglio della marina militare austriaca. Prima del 1856 la zona del parco era spoglia, con solo alcuni arbusti e cespugli spinosi. Oggi, invece, vi è un gruppo di diverse specie di alberi che sono, per la maggior parte, di origine non europea o comunque che non sono nativi della zona. Entro un periodo di dieci anni sono stati aggiunti cedri del Libano, del nord Africa e dell'Himalaya e sono stati piantati abeti e abeti rossi provenienti dalla Spagna, cipressi da California e Messico, varie specie di pino dall'Asia e dall'America e alcuni esemplari esotici, come la sequoia gigante e il ginkgo biloba. 


Nel parco si trova anche il castelletto, un edificio di dimensioni minori che fu la residenza per i due sposi durante la costruzione del castello stesso ma che divenne di fatto una prigione per Carlotta, quando perse la ragione dopo l'uccisione del marito in Messico. 

All'interno, il castello è suddiviso in numerose stanze. Il piano terra era destinato a residenza dell'Imperatore Massimiliano I e della consorte Carlotta, mentre quello superiore venne in periodo successivo adibito a residenza del Duca Amedeo d'Aosta, che vi abitò per circa sette anni e modificò alcune stanze secondo lo stile dell'epoca. Con la decadenza dalla carica di governatore del Regno Lombardo-Veneto, nel 1859, Massimiliano si trasferì con Carlotta a Miramare, alloggiando dapprima nel castelletto e, a partire dal Natale del 1860, nell'edificio principale

Lo studio di Massimiliano d’Asburgo è noto con il nome di “Sala Novara”, in quanto riproduce il quadrato di poppa della nave Novara, utilizzata dall’arciduca nei suoi spostamenti come contrammiraglio della flotta austriaca. 

Tutte le camere sono ben conservate e mantengono gli arredi originali compresi di ornamenti, mobili e oggetti risalenti alla metà del XIX secolo. Particolarmente degni di nota sono la sala della musica dove Carlotta si esercitava nel suono del fortepiano. 

Molto suggestiva la cappella privata, rivestita in cedro del Libano, che viene utilizzata per la prima volta proprio durante la notte di Natale del 1860. Nei cassettoni al soffitto sono raffigurati la Madonna e i cinque Santi protettori degli Asburgo. I pesanti tendaggi in broccato rosso riportano l'aquila e la corona, stemma imperiale del Messico e l'ananas. I tre cuscini ai piedi dell'altare sono stati ricamati da Carlotta. 

Il vero tesoro del piano terra, però, è la biblioteca. Una collezione di più di 7000 volumi, acquistati da Massimiliano I e la consorte e che rivelano i loro gusti letterari. Libri di botanica, arte e storia rendono suggestive le numerose librerie con la loro rilegatura, sorvegliati dai busti di marmo di Omero, Dante, Shakespeare e Goethe. 

Al primo piano, al centro del ballatoio, incassata nel pavimento, una vasca circolare con il fondo in cristallo rende visibile il piano sottostante e quattro draghi in bronzo da cui zampilla acqua. 




La Sala del Trono doveva costituire l’ambiente più importante del primo piano di rappresentanza, che in realtà venne concluso solamente nel 1871, quattro anni dopo la morte di Massimiliano. Impreziosita dalla tappezzeria rossa recante l’aquila messicana e il motto Equidad en la Justicia, la sala esibisce, tra le altre cose, il ritratto di Massimiliano vestito da imperatore del Messico. 
 
Massimiliano soggiornò stabilmente a Miramare, finché il 14 aprile 1864 salpò insieme alla moglie alla volta del Messico, a bordo della fregata Novara. Carlotta riguadagnò Trieste nel 1866, ma il consorte fu fucilato a Querétaro nel giugno successivo. Carlotta cominciò a dare segni di insanità mentale e fu fatta rinchiudere nel castelletto. Poco dopo ritornò nel natìo Belgio. 

Nel 1867, alla morte di Massimiliano e dopo la partenza per il Belgio di Carlotta, il Castello accoglie per brevi periodi la famiglia Asburgo. Tra il 1869 e il 1896 sono testimoniati almeno quattordici soggiorni di Sissi, l’imperatrice Elisabetta d’Austria consorte di Francesco Giuseppe, che dimorerà anch’egli nel Castello nel settembre del 1882. 
 
Durante la prima guerra mondiale, la mobilia e le opere d’arte del Castello vengono trasferite a Vienna; Al termine del conflitto tutto il comprensorio di Miramare passa sotto l’amministrazione italiana e tra il 1925 e il 1926 l'Austria restituisce, in base a precisi accordi con l'Italia, gli arredi completi affinché il Castello sia trasformato in un museo.

Al tempo di Massimiliano d’Asburgo il Castello di Miramare era raggiungibile via terra, dal Viale dei Lecci, ma l’accesso privilegiato avveniva approdando al Porticciolo, connotato dalla presenza del moletto e da una serie di aiuole geometricamente articolate. Due rampe di scale conducono ancora oggi al piazzale d’onore antistante il Castello.

In cima al molo, ancora nella collocazione voluta da Massimiliano d’Asburgo, si trova una sfinge di età tolemaica risalente al II secolo a. C: scolpita in granito rosa, è un prezioso reperto facente parte della collezione egizia riunita da Massimiliano.
A detta della nostra guida, non andare a toccare la sfinge durante la visita al castello avrebbe portato sfortuna: che ci si creda o no, io ci sono andata :-)







Qui si chiude la nostra terza e penultima giornata di gita. Rientriamo a Lignano e ci prepariamo alla visita dei luoghi della Grande Guerra, prima del rientro a casa. La cronaca continua in altra pagina. 

Gita in Friuli - Spilimbergo, San Daniele, Aquileia

2 giugno: Spilimbergo, San Daniele del Friuli, Aquileia.


Nel cuore del Friuli, a due passi dalle grandi città, sorge Spilimbergo. La sua storia inizia attorno all'XI secolo, quando i conti Spengenberg, originari della Carinzia, si trapiantarono nella zona in qualità di vassalli del patriarca di Aquileia.
 
Interessante mosaico di Spilimbergo antica.





Spilimbergo ebbe grande splendore nel Medioevo e nel Rinascimento e conserva ancora oggi l’impianto urbano dell’epoca, con strade porticate, vicoli e piazzette, palazzi affrescati e innumerevoli opere d’arte nelle chiese. Come prima tappa siamo andati alla Scuola Mosaicisti del Friuli che è attiva dal 1922, fondata su iniziativa di Lodovico Zanini (delegato della Società Umanitaria di Milano a Udine) e di Ezio Cantarutti (Sindaco di Spilimbergo) per offrire opportunità di studio e di lavoro ai giovani. Gian Domenico Facchina, mosaicista e imprenditore di Sequals (Pordenone), ha messo a punto la tecnica musiva a rovescio su carta.
La conoscenza e l’esperienza dell'arte del mosaico è stata tramandata dai magistri musivari ai giovani apprendisti di generazione in generazione direttamente nei cantieri di lavoro, e questo saper fare è giunto integro sino all’istituzione della Scuola, che importa studenti di tutto il mondo (attualmente 22 sono le nazionalità presenti) ed esporta opere d’arte nei luoghi più significativi.
L’obiettivo è quello di coniugare il mantenimento della tradizione con l’innovazione. Si punta quindi alla sperimentazione e alla ricerca per trovare soluzioni nuove, soprattutto nel campo dell’arredo urbano e degli interni. Per questo alle tradizionali materie di studio (mosaico, terrazzo e disegno) si affiancano la grafica computer, la progettazione musiva e la teoria del colore. Negli ultimi anni la Scuola si è aperta a tutto campo, confrontandosi felicemente con vari settori: dall’architettura al design, dall’arte contemporanea al restauro.

I corsi professionali per mosaicisti hanno la durata di tre anni. L’iscrizione al primo anno prevede un numero massimo di cinquanta allievi, di cui venticinque residenti nella Regione Friuli Venezia Giulia. Per essere ammessi ai corsi professionali occorre essere in possesso del diploma di scuola media superiore o della promozione alla terza classe superiore e non avere superato il trentesimo anno di età. I corsi di perfezionamento sull’arte musiva sono rivolti a un numero limitato di allievi già qualificati presso la Scuola Mosaicisti del Friuli. La durata è annuale e la frequenza obbligatoria.
La partecipazione degli allievi più meritevoli è sostenuta dalla Scuola con borse di studio.
Una Scuola che, forse unica anche in questo, ricerca e distribuisce attivamente occasioni di lavoro per i suoi ex allievi, convinta della necessità di compiere, oltre al dovere della formazione, anche quello dell’inserimento dei giovani nel mondo professionale.


La Scuola Mosaicisti del Friuli viene invitata a esporre, e nel contempo a far conoscere l’arte musiva, in molti contesti internazionali. Ed è così che la sua triplice funzione – didattica, produttiva e promozionale – le consente di valorizzare la tecnica del mosaico attualizzandola: dal 1922 una tradizione in evoluzione.
Dal progetto dell’opera alla sua esecuzione, fino all’applicazione in sito, la Scuola prepara gli allievi integrando le cognizioni teoriche con la pratica, a diretto contatto con il mondo del lavoro.
Lasciamo la scuola e ci dirigiamo verso il centro.


Il cuore della città è sicuramente Corso Roma, che attraversa il centro storico da est a ovest e sul quale si affacciano storici edifici multicolori. Percorrendo la via si incontra la Torre occidentale, risalente al XIV secolo e che era l'ingresso al Borgo Nuovo, racchiuso dalla terza cinta muraria.

Proseguendo ancora si arriva alla Torre Orientale, che apparteneva alla seconda cinta muraria. Adagiata alla torre si può ammirare la Casa Dipinta, con affreschi del XVI secolo rappresentanti scene della vita di Ercole.

Corso Roma termina in piazza Duomo, delimitata a sud dalla chiesa di Santa Maria Maggiore, duomo della città. La chiesa fu voluta dal signore di Spilimbergo Walterpertoldo nel 1284 e la prima pietra venne posata il 4 ottobre dello stesso anno. La costruzione si prolungò fino circa al 1359, anche se il duomo fu consacrato solamente nel 1453. L'irregolarità della pianta della costruzione si deve, più che a ripensamenti o rifacimenti, allo sfruttamento di strutture già esistenti e alla conformazione del territorio. Infatti l'edificio fu costruito addossato a una cinta muraria, e il campanile risulta costruito su un portale della stessa.


In questa bella piazza si svolgevano le trattative, si eseguivano i controlli sulle merci e si pagavano le gabelle. Restano a testimoniarlo il duecentesco Palazzo del Daziario, sede dei magistrati, e il Palazzo della Loggia (XIV se.), dove venivano immagazzinate le merci ed effettuati controlli.

Su una colonna del portico è incisa la Macia, l’antica unità di misura di lunghezza. La Rievocazione Storica della Macia di Spilimbergo è la manifestazione di punta della cittadina, inserita nella splendida cornice storica del borgo vecchio, all’interno della prima cinta muraria. Prende il nome dall’antica misura di lunghezza per stoffe, la macia appunto, in uso a Spilimbergo già nel 1438. La manifestazione ricrea il clima della vita quotidiana della città, una delle più importanti a livello politico e culturale in Friuli, agli inizi del ‘500.


Fotografia della targa.  





 
Dalla piazza, attraverso un ponte sull'antico fossato, si entra nel Castello, l'edificio più orientale della città, costruito sul limitare del fiume Tagliamento. Risale al 1120 il primo documento che parla del Castrum de Spengenberg. Distrutto da un incendio nel 1511 fu ricostruito secondo schemi medioevali.
Al suo interno il quattrocentesco Palazzo Dipinto dalle belle trifore gotiche e rinascimentali e dagli scenografici affreschi sulla facciata, attribuiti ad Andrea Bellunello, che lavorò a Spilimbergo fra il 1469 e il 1475.

A nord del castello si trova il Palazzo di sopra, recentemente restaurato e ora sede del Municipio. Dal cortile del palazzo si gode di una magnifica vista sulla valle del Tagliamento. Di fronte al palazzo il quartiere Valbruna, dalla tipica struttura medioevale.

La storia del Castello si confonde con quella dei Signori di Spilimbergo, gli Spengenberg, famiglia di nobili di origine carinziana, fedeli all’Impero, tra le più ragguardevoli in Regione e fra quelli presenti nel Parlamento del Friuli, “ministeriales” del Patriarcato di Aquileia. Facendo leva sul loro potere e prestigio, entrarono spesso in contrasto con il Patriarca e in più di un’occasione complottarono contro di lui. L’episodio più celebre e drammatico avvenne nel 1350, durante la guerra civile feudale che insanguinò il Friuli: nella piana della Richinvelda, pochi chilometri a sud della città, in un agguato alcuni feudatari partiti dal Castello di Spilimbergo e guidati dagli Spengenberg affrontarono e uccisero il vecchio ma energico patriarca (poi proclamato Beato) Bertrando di San Genesio. Un antico cippo, eretto nella piana, ricorda il luogo dove il Patriarca fu colpito a morte dai suoi nemici, i Signori di Spilimbergo, il 5 giugno del 1350. 

Il Castello sostenne numerosi assedi nel corso delle guerre medievali tra i signori veneti e friulani, resistendo ai ripetuti assalti dei da Camino. Non è possibile ricostruire come il Castello apparisse all’epoca, poiché venne distrutto, demolito, ricostruito e ampliato più volte.
Ciò che oggi è visibile del Castello di Spilimbergo, dunque non risale ad un originario edificio, ma ad una serie di modifiche che si sono venute a sommare durante i secoli.
Già danneggiato da un terremoto, il Castello nel 1511 fu incendiato nel corso di una rivolta popolare; l’ala sud non fu più ricostruita, si salvò solo il cosiddetto Palazzo Dipinto. Fu ancora modificato nel 1566; nel 1865 fu demolita la torricella sul ponte e ampliato l’ingresso; furono inoltre effettuati altri cambiamenti (scomparsa del ponte levatoio, delle torri, delle merlature, di terrazze e giardini) che portarono all’attuale configurazione.
Il Castello si presenta oggi come un agglomerato di residenze signorili, disposte ad anello attorno all’ampia corte centrale, ed è circondato per metà da un profondo fossato, mentre per il resto è a picco su di una scarpata del Tagliamento.

Lasciamo Spilimbergo per andare a San Daniele del Friuli, dove visiteremo il prosciuttificio DOK DALL'AVA e ci fermeremo a pranzo.

Il comune di San Daniele, arroccato sulla sommità di un colle a 252 m s.l.m., è al centro del Friuli e domina la pianura circostante. E' una città raccolta ed accogliente con diversi tesori artistici. Il territorio gode di un'aria particolare che dona ai prosciutti (prodotti localmente), un sapore unico e inconfondibile conosciuto in tutto il mondo. A poca distanza dal colle, le limpide acque del Tagliamento sono la naturale dimora della trota (qui chiamata "la regina di San Daniele") che viene allevata e lavorata in modo artigianale. La città può vantare la vicinanza al Mare Adriatico a sud e alla Carnia a nord.

Prosciutto di San Daniele (DOP) è un prosciutto crudo stagionato riconosciuto prodotto a Denominazione di Origine dal 1970 dallo Stato italiano con la legge n. 507 e dal 1996 dall'Unione europea come prodotto a Denominazione di Origine Protetta - DOP: perché le sue caratteristiche uniche e irripetibili sono dovute al particolare ambiente geografico, che include fattori naturali e umani. Il Prosciutto di San Daniele viene prodotto da 31 aziende nel comune di San Daniele del Friuli, in provincia di Udine secondo modalità rigorosamente definite dal relativo Disciplinare di produzione che ha valore di legge. Solo i prosciutti che rispettano tutti i parametri sono certificati e su di essi viene impresso a fuoco il marchio del Consorzio, che comprende il codice identificativo del produttore e costituisce elemento di certificazione e garanzia.


Siamo andati al prosciuttificio Dok Dall'Ava, dove ci hanno illustrato le varie fasi della produzione del loro ottimo prosciutto e poiché sono anche punto di ristoro abbiamo pranzato, rigorosamente tutto a base di crudo DOP. Sazi e un po' sonnacchiosi ci siamo poi diretti ad Aquileia, ultima tappa della giornata.
Fondata nel 181 a.C. come colonia di diritto latino da parte dei triumviri romani Lucio Manlio Acidino, Publio Scipione Nasica e Gaio Flaminio mandati dal Senato a sbarrare la strada ai barbari che minacciavano i confini orientali d'Italia, la città dapprima crebbe quale base militare per le campagne contro gli Istri e i Carni e poi per l'espansione romana verso il Danubio. I primi coloni furono 3500 fanti seguiti dalle rispettive famiglie.

Divenne centro politico-amministrativo (capitale della X Regione augustea, Venetia et Histria) e prospero emporio, avvantaggiata dal lungo sistema portuale e dalla raggiera di importanti strade che se ne dipartivano sia verso il Nord, oltre le Alpi e fino al Baltico ("via dell'ambra"), sia in senso latitudinale, dalle Gallie all'Oriente. Fin da tarda età repubblicana e durante quasi tutta l'epoca imperiale Aquileia costituì uno dei grandi centri nevralgici dell'Impero Romano. Notevole fu la vita artistica, sostenuta dalla ricchezza dei committenti e dall'intensità dei traffici e dei contatti.

Ha un’area archeologica di eccezionale importanza, considerata dall’Unesco Patrimonio dell’umanità.

Nella foto, ricostruzione di Aquileia antica.

Aquileia esercitò una nuova funzione morale e culturale con l'avvento del Cristianesimo che, secondo la tradizione, fu predicato dall'apostolo san Marco, e il cui sviluppo fu in ogni caso fondato su una serie di vescovi, diaconi e presbiteri che subirono il martirio. I primi furono Ermagora e Fortunato (circa 70 d.C.). Nel 313 l'imperatore Costantino pose fine alle persecuzioni. Col vescovo Teodoro (m. 319 circa) sorse un grande centro per il culto composto da tre aule splendidamente mosaicate, ciascuna delle quali conteneva oltre 2.000 fedeli. La splendida Basilica di S. Maria Assunta fu eretta su un edificio del IV sec., su cui vennero effettuati nei secoli successivi numerosi ampliamenti (poi in gran parte distrutti durante le invasioni barbariche).


Aquileia resistette infatti alle ripetute incursioni di Alarico (401, 408) ma non ad Attila che in seguito al crollo di un muro della fortificazione riuscì a penetrare nella città il 18 maggio del 452 devastandola e, si dice, spargendo il sale sulle rovine. Attila costrinse i legionari che aveva fatto prigionieri a costruire macchine da assedio in uso presso i romani e massacrò o fece schiava gran parte della popolazione. Nella memoria collettiva l'invasione degli Unni e la conquista di Aquileia da parte di Attila hanno lasciato una profonda impressione. Ancora oggi, nei modi di dire del territorio, viene dato l'appellativo di "Attila" a chi si dimostra particolarmente distruttivo.



Sono numerose le leggende nate su questo personaggio in relazione alla città, tre sono le più ricorrenti.

"L'assedio". Aquileia stava opponendo una dura resistenza agli invasori. Attila stava quasi per ordinare ai suoi la ritirata, quando vide allontanarsi in volo delle cicogne con i loro piccoli. Compreso che ormai la città non aveva più le provviste necessarie per sfamare la popolazione, mantenne l'assedio ancora per qualche giorno e riuscì a conquistarla.

"Il colle". Una volta incendiata la città, Attila, ormai lontano, diede ordine ai guerrieri di portare della terra nei loro elmi e di riversarla in un punto prestabilito. I soldati erano molto numerosi e in breve tempo riuscirono a formare una collinetta con la terra riportata, dalla quale Attila poté osservare i fumi elevarsi dalla città incendiata. Si dice che il colle sia quello di Udine, su cui sorge il castello, ma anche altre località della regione rivendicano di avere la stessa origine.

"Il pozzo d'oro". Alcuni abitanti di Aquileia erano riusciti a fuggire prima dell'incendio, trovando rifugio nell'isola di Grado. Prima della fuga però avevano fatto scavare ai loro schiavi un pozzo in cui avevano nascosto tutti i tesori e gli oggetti d'oro. Per mantenere il segreto, gli schiavi furono annegati; il pozzo d'oro non fu mai ritrovato. Questo mito era ritenuto talmente verosimile che, fino alla Prima guerra mondiale, i contratti di compravendita dei terreni includevano la clausola "Ti vendo il campo, ma non il pozzo d'oro", assicurando l'eventuale ritrovamento al precedente proprietario.

Nella foto, pozzo romano a Oderzo, dove pure la leggenda ha messo radici.

La Basilica patriarcale di Santa Maria Assunta di Aquileia, dedicata alla Vergine e ai santi Ermacora e Fortunato, ha una storia architettonica le cui radici affondano negli anni immediatamente successivi al 313 d.C. quando, grazie all’Editto di Milano che poneva termine alle persecuzioni religiose, la comunità cristiana ebbe la possibilità di edificare liberamente il primo edificio di culto. Nei secoli successivi, dopo la distruzione di questa prima chiesa, gli aquileiesi la ricostruirono per ben quattro volte, sovrapponendo le nuove costruzioni ai resti delle precedenti. L'abitato si sviluppa attorno alla basilica patriarcale per un raggio di circa un chilometro, inglobando anche i resti dell'antica città romana, ed è attraversato dal fiume Natissa.

L’attuale Basilica si presenta, nel complesso, in forme romanico-gotiche. Il pavimento è il più esteso e antico mosaico paleocristiano del mondo occidentale (ben 760 m²), portato alla luce dagli archeologi negli anni 1909-12; l’elegante soffitto ligneo a carena di nave risale al secolo XV; tra il pavimento e il soffitto, quindi, sono racchiusi oltre mille anni di vicende storico-artistiche. Il mosaico è stato parzialmente rovinato dalla messa in opera delle colonne della navata di destra; ciò avvenne alla fine del IV secolo o, secondo diverso parere, dopo la metà del V. Le fondazioni delle colonne sono in vista perché agli inizi del ‘900 fu tolto il pavimento medievale a piastrelle bianche e rosse, risalente all’epoca del patriarca Popone o Poppo (1031), per mettere in luce il prezioso mosaico paleocristiano; le passerelle di cristallo sono al livello del pavimento medioevale.

Il mosaico, che contiene scene dell'antico testamento, è particolarmente interessante perché, se nella contemporanea pittura nelle catacombe a Roma si iniziava ad assistere a una semplificazione dello stile usato, a fronte di una maggior immediatezza della raffigurazione e un marcato simbolismo, ad Aquileia si notano ancora uno stile naturalistico di matrice ellenistica, sebbene già pienamente adeguato alla nuova simbologia cristiana.

Il mosaico si trova nell'antica basilica di Aquileia, quella dei "battezzati", poiché ad Aquileia esisteva anche una seconda chiesa, accanto alla prima, per i catecumeni, coloro cioè che non avevano ancora ricevuto il battesimo, secondo l'usanza di allora di battezzarsi solo in età adulta, che quindi erano spesso la maggioranza dei fedeli.


Le raffigurazioni principali del pavimento possono essere suddivise in quattro campate, partendo dall'entrata. Nella prima compaiono vari ritratti di donatori, nodi a ellissi incrociate detti di Salomone e animali,

nonché l'inserzione più tarda di un pannello con la lotta tra il gallo e la tartaruga, contesa simbolica tra il bene ed il male. Il gallo, che canta all'alba al sorgere del sole, è ritenuto simbolo della luce di Cristo. La tartaruga è simbolo del male e del peccato a causa dell'etimologia del termine che è dal greco Ταρταρικός, Tartarikós, abitante del Tàrtaro.

Nella seconda compaiono i ritratti di benefattori; negli altri tondi le immagini delle Stagioni (Estate e Autunno; Inverno e Primavera sono state distrutte dalle fondazioni delle colonne) e del Pesce - acrostico ICHTYS (ichtys in greco significa “pesce”; ogni lettera è iniziale delle parole Iesus Christòs Theu Yòs Sotér, Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore).

Poco più avanti, sulla destra, il Pastore con il Gregge mistico: Cristo è raffigurato con la pecorella smarrita sulle spalle e in mano la syrinx (il flauto dei pastori); è circondato da animali di terra, di cielo, di acqua per ricordare che del suo Gregge fanno parte tutti gli uomini “di buona volontà”, a qualsiasi razza e cultura essi appartengano.

Attiguo al tappeto dei ritratti si estende nella terza campata quello con le immagini degli Offerenti e della Vittoria Cristiana. La Vittoria classica, alata, con in mano la corona d’alloro e la palma per il vincitore, si è trasformata nella Vittoria Cristiana che premia il credente vincitore sul peccato con l’Eucaristia.





Infine la quarta campata, che conclude il ciclo delle raffigurazioni, è costituita da un unico mirabile tappeto musivo, che rappresenta un mare pescoso, con la storia di Giona, profeta ebraico, inviato da Dio per predicare nella città di Ninive in Mesopotamia. Giona si era opposto ed era fuggito su una nave di Fenici; gettato in mare dai marinai e poi inghiottito da un mostro marino, venne poi sputato dallo stesso mostro sui lidi della Palestina. La vicenda di Giona è un motivo ricorrente nell'arte paleocristiana, perché strettamente connesso con la morte, resurrezione e ascensione di Cristo.  Le immagini più interessanti sono: Giona con le braccia alzate in atto di preghiera invoca Dio per salvare la nave e l'equipaggio dalla tempesta; Giona tra le fauci del mostro marino, qui raffigurato come pistrice, animale fantastico della mitologia greco-romana; Giona viene sputato dal mostro; Giona si riposa sotto un pergolato di viticci di zucca.


Tutto intorno, tra linee che indicano le onde marine, svariati pesci, polipi, molluschi e anche anatre. La grande Scena di Pesca allude alla predicazione del Vangelo ad opera degli Apostoli (“Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”: Mt. 4,19). I pesci sono le persone che ascoltano la Buona Novella, la barca è la Chiesa, la rete (ma anche la lenza) è il Regno dei Cieli (“Il Regno dei Cieli è simile a una gran rete gettata in mare...”: Mt. 13,47).



Quasi al centro del tappeto marino si vede l'epigrafe con dedica al vescovo Teodoro (IV secolo). In alto è presente il monogramma cristiano, una delle prime attestazioni in un edificio pubblico. Il testo completo recita: "Theodore felix, adiuvante Deo omnipotente et poemnio caelitus tibi traditum omnia baeate fecisti et gloriose dedicasti" (Felice te, Teodoro, che con l'aiuto di Dio Onnipotente e del gregge che ti ha concesso, hai costruito questa chiesa e gloriosamente l'hai consacrata).


Tra il transetto e la navata di sinistra della Basilica è stata  collocata su una piccola colonna una drammatica scultura moderna:  il  "Cristo della Trincea". Realizzata da Edmondo Furlan, artista-soldato, quest'opera riflette e trasmette tutti i drammi che ha portato la Prima Guerra Mondiale.

Percorrendo la navata sinistra per raggiungere l’ingresso della Cripta degli Scavi, troviamo una copia del Santo Sepolcro. Il monumento, del secolo XI, riproduce la chiesa dell’Anastasis (della Resurrezione), eretta in età tardoantica a Gerusalemme sul sepolcro di Cristo; un tempo era usato durante la liturgia della Settimana Santa.

All'esterno, attorno all'abside della Basilica, vi è il cimitero dei caduti della guerra 1915-1918, dove riposano dieci degli undici militi ignoti tra i quali Maria Bergamas, madre di un caduto volontario di guerra, scelse il 26 ottobre 1921 quello le cui spoglie mortali riposano da allora nel complesso monumentale del Vittoriano, in piazza Venezia a Roma. (clicca sul nome)

La torre campanaria che si erge imponente accanto alla Basilica patriarcale fu edificata nella prima metà dell’XI secolo dal patriarca Popone e innalzata ulteriormente a partire dalla fine del XIV sec., fino a raggiungere l’altezza di 73 metri. Per la costruzione vennero sfruttate le cave di materiale edilizio rappresentate dagli antichi edifici in rovina, in particolare dall’anfiteatro.
Davanti al campanile, su un'alta colonna, si nota la lupa capitolina che allatta Romolo e Remo.










Qui finisce il secondo giorno della nostra gita. Rientriamo a Lignano e ci prepariamo per la prossima tappa, Trieste. La cronaca prosegue in altra pagina.